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Sotto le stelle del jazz: Storia della canzone

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Sotto le stelle del jazz

1984, P.Conte, Ed. Sugarmusic/L'alternativa


"Io non scrivo jazz", ha dichiarato Paolo Conte.

"Il jazz allo stato puro non corrisponde né alla cultura né al nostro linguaggio. Sono un ragazzo del dopoguerra, la generazione degli amanti del jazz. Ho trovato nel jazz una bellissima scuola di armonie e di ritmo, una scuola molto formativa. La musica nordamericana è bellissima, ma non è una buona ragione per lasciarci invadere dalla cultura anglosassone. Che qui, in Europa si scriva del blues mi disturba. Per me il blues è intoccabile".
'Sotto le stelle del jazz' (1984), dunque, pur avendo dato il nome a trasmissioni radiofoniche e festival jazz, non è un brano jazz, ma un brano 'sul' jazz. Non un brano sui jazzisti, ma sugli aspiranti jazzisti, o anche solo su coloro che, nell'Italia provinciale della metà del secolo, sognavano un'America lontana e quasi indecifrabile, vagheggiata fin dall'infanzia. "Mussolini aveva proibito la diffusione della musica americana e del jazz. Però era difficile impedire tutto. Così i grandi classici potevano circolare a patto… di essere eseguiti da orchestre italiane e con titoli italiani: ecco perché 'Saint Louis Blues' diventò 'Tristezze di San Luigi!' I miei, che erano molto giovani e dunque curiosi, appassionati di musica e ghiotti di novità, in barba alla polizia riuscivano a procurarsi dischi o spartiti di musica americana; la decifravano e poi la suonavano in salotto. In questo modo, sono stato nutrito di jazz e di America fin dall'infanzia".


I ragazzi scimmia

Anche tra le canzoni più eccelse di Conte, poche racchiudono una simile quantità di pennellate di vita come 'Sotto le stelle del jazz'.

I fans dell'avvocato di Asti difficilmente possono trattenere un sorriso di fronte al "tempo fatto di attimi - e settimane enigmistiche", all'argenteria che spariva o alla fulminante sentenza: "Pochi capivano il jazz. Troppe cravatte sbagliate".

Una delle frasi più curiose è tuttavia quella che fa definire gli appassionati come "Ragazzi scimmia del jazz". Non si tratta di un ritorno del 'Macaco', aggettivo con il quale in una precedente canzone di Conte, una donna gratificava un cascamorto. L'espressione "monkey man", che ha tra l'altro dato il titolo a canzoni incise da Leadbelly, Big Bill Broonzy, Rolling Stones, Specials, David Byrne e persino Clint Eastwood, è tipica della cultura jazz e blues. In origine indicava afroamericani di pelle particolarmente scura, non di rado guardati con una certa sfumatura di razzismo all'interno delle stesse comunità nere. Già all'inizio del secolo, in un brano del leggendario bluesman Robert Johnson, "Steady rollin' man", col termine "monkey man" si indica un insidioso rivale in amore del cantante. Quando i bianchi si accostano alla musica dei neri, si fanno l'idea che i "ragazzi scimmia" siano i ballerini jazz dalle movenze più agili e, per l'appunto, scimmiesche.

Questo riferimento è un altro aspetto della vasta cultura jazz di Paolo Conte. "La mia scoperta del jazz è stata progressiva. Prima c'è stato l'apporto dei miei genitori, giovani e patiti di sonorità nuove, poi una scelta personale, istintiva. Compravo dischi senza quasi sapere di che si trattasse. Ascoltandoli, mi veniva voglia di sapere di più, conoscerne altri e così colmare le mie lacune. Ancor oggi vado alla ricerca di dischi che non conosco. Nel 1960 sono andato in Norvegia per partecipare a un concorso sul jazz. Mi sono piazzato al terzo posto. Ancor oggi potrei benissimo scrivere come critico specializzato di jazz e storia del jazz. Specie quella degli anni Venti. La mia passione per gli anni Venti deriva dalla convinzione che quelli sono stati gli anni di una rivoluzione culturale totale, cioè estesa a tutte le discipline artistiche. Per buona parte, l'espressione musicale di quegli anni fu il jazz. Purtroppo la letteratura jazz se ne dimentica, per volgersi quasi esclusivamente intorno al be bop. Peccato".


Il "Paul Conte Quartet"

"Da adolescente ho avuto esperienze di gruppi musicali, tipiche di quell'età. Senza una macchina, andare da una città all'altra per esibirci era una bella avventura. Ma si finiva sempre per trovare uno scantinato dove suonare. Eravamo un po' ridicoli, come tutti gli innamorati… Ho messo in piedi vari gruppi. Uno coi compagni di scuola, musicisti per avventura, per puro piacere, senza nessuna educazione musicale. Un altro con dei semiprofessionisti di Asti; mi hanno consentito il debutto ufficiale, con un passaggio onorevole alla Rai. Ci fu anche un quartetto, il Paul Conte Quartet, composto da mio fratello Giorgio alla batteria, un pianista torinese, un contrabbassista di Asti ed io al vibrafono. Registrammo un extended play. La critica lo stroncò". (da: "Conte - 60 anni da poeta", a cura di Enrico De Angelis, Franco Muzio Editore)


Le donne odiavano il jazz

"Sono cresciuto in una città di provincia del nord Italia, con scarse possibilità di scambi culturali e poca comunicatività. Ciascuno pensa per sé, il sogno del jazz è coltivato in segreto e in silenzio, tra scelte prudenti, e gli entusiasmi sono trattenuti, sovente c'è stanchezza, proprio stanchezza fiscica, ci sono notti di nebbia e di freddo. Devono uscire di casa e magari ci sono mogli che non capiscono. Il jazz dunque rimane sepolto in fondo all'anima e spesso addirittura è dimenticato"(da: "Conte - 60 anni da poeta", a cura di Enrico De Angelis, Franco Muzio Editore).

Ecco dunque un nuovo problema per i personaggi di Paolo Conte, una nuova causa di incomprensioni con le donne che si sa, "a volte sono scontrose" ('Bartali'). Oltre a non capire il ciclismo, queste mogli (che non portano nomi jazz come Betsy o Ella, ma sfoggiano un italianissimo 'Marisa') non mostrano troppa comprensione nemmeno per quest'altra ossessione maschile, questo altro sogno così poco costruttivo: il jazz. Le donne, azzarda Conte, lo odiano. E non solo perché gli uomini ci si cullano in modo inconcludente, ma anche per inclinazione musicale: la frase "Non si capisce il motivo" ha una valenza duplice - il jazz, musica priva di ritornelli e strofe comprensibili, non ha un 'motivo' immediatamente afferrabile.


L'interprete

L'astigiano Paolo Conte, uno dei massimi artisti della canzone italiana, ha iniziato la carriera alternando la professione di avvocato a quella di autore di musiche per brani salutati da un notevole successo ("La coppia più bella del mondo", "Azzurro", "Genova per noi", "Onda su onda"). A partire dalla metà degli anni '70 si decide a diventare a tutti gli effetti cantautore. Gli anni '80 sono quelli della consacrazione europea: il suo stile che fonde swing, esotiche milonghe e "fisarmoniche di Stradella" conquista Francia e Olanda; nel 1998 anche l'America si accorge di lui: "Rolling Stone" e il "New Yorker" inseriscono la sua raccolta "The best" tra i 50 dischi dell'anno, il regista Lawrence Kasdan imita Roberto Benigni (che lo aveva fatto in "Tu mi turbi") ed inserisce "Via con me" nel suo film "French kiss" con Meg Ryan e Kevin Kline. Nel frattempo Conte dirada le sue uscite discografiche per dedicarsi al progetto del musical "Razmataz".


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